Edificato alla fine del XIX secolo, Palazzo Gramegna rappresenta una delle testimonianze architettoniche più eleganti di Settefrati, in Val di Comino. Il suo elemento più distintivo è il grande portale in pietra incorniciato, che si estende dal piano terra al mezzanino. La famiglia Gramegna, originaria di San Donato Val di Comino, si stabilì qui nella seconda metà dell’Ottocento, portando con sé prestigio e ricchezze. Tra i suoi membri, Ferdinando Gramegna (1863-1942) incarnò lo spirito raffinato e mondano dell’epoca, fino a segnarne il tramonto.
Ricevimenti, musica e ospiti illustri
Il Salone delle feste di Palazzo Gramegna divenne celebre per le serate di gala e i ricevimenti sontuosi, come quello per il matrimonio della nipote di Ferdinando o per la festa di Canneto, interamente finanziata dal padrone di casa. Tra gli ospiti figuravano artisti e musicisti di fama, tra cui il compositore napoletano Ernesto De Curtis (1875-1937), autore di brani immortali come Torna a Surriento, Voce ‘e notte e Non ti scordar di me. Nell’agosto del 1915, ospite del mecenate, De Curtis si innamorò di Italia Falcone, affascinante nipote di Don Ferdinando.
La nascita di Tu ca nun chiagne
Una sera, passeggiando verso il Colle (Belvedere), De Curtis rimase colpito dalla maestosità del monte Bellaveduta (1985 m). Con la collaborazione del poeta Libero Bovio (1883-1942), anch’egli ospite a Palazzo Gramegna, scrisse e musicò i versi di Quant’è bella ‘a muntagna stanotte. Quella melodia, trasformata in Tu ca nun chiagne, divenne celebre in tutto il mondo grazie all’interpretazione di Enrico Caruso. Una cartolina dell’epoca testimonia il legame tra il musicista e Italia Falcone, con dedica e firma autografa.
Ferdinando Gramegna, un esteta tra Parigi e Settefrati
Oltre che per la musica, Don Ferdinando nutriva una passione intensa per il teatro e le arti figurative. Un episodio rimasto nella memoria collettiva racconta di un viaggio a Parigi, durante il quale si innamorò di una giovane ballerina. La invitò a Settefrati, ospitandola a lungo a Palazzo Gramegna con tutta la compagnia teatrale, coprendo di tasca propria ogni spesa. Questo spirito da mecenate, unito a un’ospitalità senza riserve, contribuì a costruire il mito del suo nome.
Declino e fine di un’epoca
Ferdinando Gramegna ricoprì anche incarichi pubblici, tra cui quello di Sindaco nei primi decenni del Novecento. Ma la generosità smisurata verso amici e conoscenti lo condusse lentamente alla rovina. Il palazzo fu venduto e trasformato in “Casa del Fascio”, segnando la fine della stagione mondana che aveva animato Settefrati. Ferdinando morì in povertà e solitudine, in una fredda giornata d’inverno, lasciando dietro di sé il ricordo di un uomo che aveva fatto dell’eleganza, dell’arte e dell’ospitalità la cifra della propria vita.