Storie come in una scatola di cartoline e pezzetti di corda

raccontare_06-09-14Mi immagino, agganciata a un deltaplano, a guardare al Festival delle Storie dall’alto, come un gigante munito di una lente di ingrandimento, a cogliere il senso, il segreto del successo, e cercare, come in una caccia al tesoro, le storie che sono rimaste impigliate tra i rami di qualche quercia secolare, tra le zolle di un campo arato.

Mi trovo a osservare i lillipuziani “costruttori” del festival, mentre si accingono ad allestirlo. È una pratica che potremmo confinare nella branca delle scienze, che prende il nome di ottica fisica. Perché ciò che fa il Festival delle Storie è rimpicciolire i personaggi e dilatare il tempo, lo spazio delle storie raccontate, rendendo protagoniste le parole e confinando i narratori nella dimensione ludica, spensierata, passionale ed emotiva, di uno spazio nuovo e condiviso. Li immagino, questi uomini e donne che lavorano ad allestire il proscenio, con il metro in mano a prendere le misure di distanza tra la lente e l’oggetto…

«Se l’oggetto viene posto a una distanza dalla lente convergente superiore a due volte la distanza focale “f”, l’immagine prodotta oltre la lente sarà reale, capovolta e rimpicciolita». Si fermano solo per fiutare l’aria intorno, mentre un pasticcere di grande fama si accinge a dosare il tempo e la farina del suo goloso elaborato, che racconti il profumo dell’eroina di un romanzo famoso. Così accade che mentre un romanziere narra il suo racconto, ti pare di vedere pezzetti di cioccolato ricadere come lapilli di lava, sull’argilla che lascia il calco delle storie. Così accade che i personaggi stessi, siano alleviati del peso delle loro storie, che diventano incorporee, iniziando un volo sulle ali della coppia di poiane che volteggia sulla piana di Alvito, storie, che infilando la valle, si fanno roboanti, inglobate nella densa nube che ha rabbuiato l’ultimo tratto di strada in salita, che conduce a San Donato. Storie, che fischiano un nuovo “motivo”, al vento che sferza su Gallinaro, e portano il tempo dei rintocchi della chiesa di Casalvieri.

Gli abitanti della valle forse lo vedono meglio, questo fenomeno, si capisce da come la signora che raccoglie la biancheria dal balcone che dà sulla piazzetta, dove i tre scrittori raccontano storie di sperdimento e di salvezza, si capisce dai movimenti placidi, che lei conosce la trama, come quella del tessuto delle lenzuola che ripiega. Si capisce dalle gambe di Sara Simeoni, rannicchiate nella poltroncina che dà le spalle al belvedere di Alvito. Mi dico, questa donna dovrebbe essere altissima e invece è la sua storia che si allunga per saltare giù e rimbalzare sul convento e poi ancora sulla strada in pianura che la scorterà al paesino successivo, così aggrappata al manto di una volpe.

Te ne accorgi, quando nella piazzetta di Gallinaro, saluti uno degli scrittori che ha incrociato il tuo destino anni prima, e lascia un messaggio di speranza che porta il tuo nome. O ancora, quando una vecchina, la nipote del genio Einstein, nei suoi panni semplici, si siede e affida il racconto della sua vita, di dolore, di guerra e persecuzione, di emancipazione, genio e talento, alla bellezza semplice del campanile della piazzetta di Fontechiari.

Nessuno dei protagonisti, raccoglie la sua storia, prima di lasciare la valle, ma forse porta via nuovi spunti, che sono intrecci di scorci e visi e risate e lacrime e natura che magari si sbroglieranno nella trama di un nuovo romanzo. La cede, come un segreto, che la valle saprà custodire, come una scatola di cartoline e pezzetti di corda, e figurine, interrata nella buca sotto l’albero al quale un giorno una mappa dei sentimenti saprà ricondurli, per tirarla fuori e scoprirla nuova, come non ricordavano di averla raccontata, perché sarà passata di campanile in campanile, di casa in casa, di bocca in bocca, come le vecchie storie di tradizione orale.

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Autore: Nadeia De Gasperis

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